Un'inedita raccolta di 47 cartoline storiche di Cortina e dintorni dagli anni '20 agli anni '50
Scritte
romane sul Col Davagnino
Capitolo 2 - Il tempo della scrittura
Se i tre cacciatori sono antenati in ipotesi, i paleoveneti sembrano invece dei progenitori quasi certi. Anche questo è documentato da fortunati ritrovamenti e da scavi, tuttora in corso, ad Auronzo di Cadore e altrove nel Veneto. Da questi sono state portate alla luce lamine scritte in caratteri detti sinteticamente etruschi, mentre l'ultimo fortuito ritrovamento (1999) di una pietra con incisioni in carattere etrusco a Mondevàl, il sito appunto dell'uomo mesolitico, completa il mosaico. Se si aggiungono la celebre pietra incisa in caratteri etruschi, ritrovata nel secolo scorso sul monte Pore, appena di là dell'Averau; le due pietre con scritte etrusche, ritrovate a Feltre nel secolo scorso; il centinaio d'oggetti in bronzo scavati a Lagole di Calalzo, tutti con incisioni in etrusco (o in etrusco-romano) il quadro è quasi completo. Più lontani da noi sarebbero poi i ritrovamenti pure con incisioni etrusche, ad Ovaro, ad est del Cadore e a Gurina in Carinzia, oltre monte Croce Carnico. Queste località vengono considerate il confine settentrionale della regione abitata dal popolo che i glottologi definiscono paleoveneti o venetici. Un cerchio ideale che racchiude la conca di Cortina. A sud l'area si stendeva a chiudere il Veneto, con punte ad ovest fino a Verona e Vicenza, ai confini grosso modo con la Rezia. Siccome l'epicentro si colloca ad Este, luogo di numerosi ritrovamenti, la civiltà è detta atestina.
Questa gente conosceva dunque la scrittura e si esprimeva con messaggi, non tutti ancora interpretati, incisi indifferentemente su lamine di metallo e sulle pietre, usando un alfabeto mutuato dagli etruschi, con lettura bustrofedica, cioè da destra a sinistra e via di seguito. Le più antiche scritte risalgono al VI-V secolo a.C. le più recenti, che i glottologi dicono incise da "un latino" ovvero da uno che conosceva le due lingue, sono databili al I secolo a.C. quando era già in corso l'occupazione romana. Il popolo, definito paleoveneto o venetico, occupava già stabilmente il fondo valle (Feltre, Calalzo, Auronzo, località dove troveremo i prossimi messaggi in latino) dove aveva propri santuari. Stagionalmente frequentava gli alti pascoli per l'alpeggio e per la caccia. A Mondevàl e sul Pore, nell'immediata periferia della conca d'Ampezzo, quegli uomini ci hanno lasciato delle comunicazioni scritte che potrebbero essere cippi confinari (studiosi tedeschi) o pietre funerarie (scuola italiana). Non ci sono stati, è vero, ritrovamenti di questo genere a Cortina. Significa forse che la conca non era abitata? Assolutamente no. Per quanto può sembrare incredibile, a Cortina, sinora, non sono mai state fatte ricerche archeologiche sistematiche. E' dunque soltanto una questione di tempo (e di fortuna).