Un'inedita raccolta di 47 cartoline storiche di Cortina e dintorni dagli anni '20 agli anni '50
La
strada regia a Zuel, come negli antichi
tempi, con l'Antelao sullo sfondo, incisione
inglese, circa 1870.
Capitolo 8 - A Venezia a Venezia!
Il primo patriarca si chiamava Bertrando, e i cadorini lo ricordano ancora per la sua predilezione per questa sua lontana regione di confine cui aveva concesso tanta autonomia. A lui successero nell'ordine, Nicolò di Lussemburgo fratello dell'imperatore; Lodovico della Torre milanese; Marquardo di Randeck, che era già vescovo di Augsburg; Filippo di Alencon, francese, cardinale legato del papa a mettere pace nelle contese fra Venezia e gli ungheresi; Giovanni di Moravia, cugino dell'imperatore Carlo IV; Antonio Caetani che, non gradendo la lontananza da Roma sua patria, presto rinunciò; Antonio Panciera che resse Aquileia per nove anni fino al 1412 quando cedette volontariamente la cattedra a Lodovico di Teck, svevo. Intanto la Repubblica serenissima avanzava minacciosa alla conquista di territori in terraferma. Nel 1418 i veneziani prendevano Feltre e Belluno; nel 1419 Cividale del Friuli; il 6 giugno 1420 entravano in Udine, avvicinandosi da tre lati al Cadore. Con i patriarchi i cadorini avevano goduto di benessere e autonomia; erano stati governati da capitani capaci che più volte li avevano difesi dalle pretese dei vicini, come nel 1411 a Cimabanche, l'abbiamo visto. Tutti i patriarchi, veri rappresentanti dell'universalità della chiesa cattolica, avevano sempre approvato gli Statuti e le varie modifiche che, di volta in volta, erano state apportate. Ma la pressione del Doge era troppo forte. La decisione avvenne in estate. Dopo accese discussioni, alcuni delegati, sembra, avrebbero voluto chiedere soccorso all'imperatore tedesco, il parlamento decise a maggioranza non all'unanimità. Il Cadore avrebbe negoziato l'adesione a Venezia, ma prima un'ambascieria sarebbe scesa a chiedere al patriarca d'essere sciolti dal giuramento di fedeltà. Il 31 luglio 1420 gli stessi ambasciatori, Nicolò Palatini, Antonio Barnabò, Antonio Venàs e Bartolomeo Sala, appena ritornati da Udine, partirono per Venezia. Il doge Tommaso Mocenigo li accolse con benevolenza, così dicono le cronache, accogliendo la loro offerta d'adesione. Il pacchetto di richieste era lo stesso che i loro antenati, quasi cento anni prima, avevano sottoposto al patriarca, con qualche ammenicolo in più. In seguito ogni cosa sarebbe stata debitamente trascritta nel testo statutario.
La Serenissima avrebbe percepito i dazi, le mude, i proventi delle miniere e tutte le multe pecuniarie ma non avrebbe imposto nessun'altra gravezza al Cadore; i cadorini sarebbe sempre accorsi in difesa del loro territorio ma non sarebbero stati precettati al di fuori di esso. Venezia avrebbe inviato, a sue spese, un capitano con soldati di mestiere a vigilare i castelli di Pieve e Botestagno. Ai cadorini sarebbe rimasto, come ab antiquo il monopolio dei trasporti (ròdolo) all'interno della loro regione; mentre alle loro zattere sul Piave sarebbero state applicate le medesime agevolazioni già concesse ai friulani. Per finire (last but non least!) Venezia confermava tutte le giurisdizioni, immunità, libertà, diritti, privilegi, incluso le appellazioni alle sentenze dinanzi al Luogotenente del Friuli, già concessi al Cadore e a Caprile dai patriarchi, "purchè ciò sia con decoro nostro".
Iniziava la felice stagione che sarebbe durata, per i cadorini sino alla caduta della Serenissima (1797) mentre, per Ampezzo, l'avrebbe troncata la spada di Massimiliano, nel 1511.