Un'inedita raccolta di 47 cartoline storiche di Cortina e dintorni dagli anni '20 agli anni '50
Capitolo 9 - La vita all'ombra del Leone
A lungo si potrebbe (dovrebbe) parlare di come Venezia trattava i suoi sudditi, ma quasi tutto è stato già scritto da studiosi italiani e stranieri e, generalmente in chiave ammirativa. Le peculiarità del legame fra il Cadore e il doge emergono dal "trattato" di adesione, conforme ai principi di pragmatismo che ispiravano il governo della repubblica. I giuristi del "collegio dei pregadi" avevano sottoposto a revisione la carta degli Statuti, apportandovi unicamente sette correzioni, peraltro tutte di sostanza.
All'arsenale, istituzione di primaria, anzi vitale, importanza veniva riservato la facoltà di interferire nella proprietà dei boschi, reclamata in esclusiva dai cadorini (cap XXXV); infatti le navi della flotta erano costruite anche con il legname proveniente dai boschi del Cadore e sarebbe stata suicida ogni ingerenza esterna.
L'importo delle multe e di tutte condanne pecuniarie (come già i dazi doganali) dovevano affluire per intero nelle casse della Serenissima, senza riservarne parte ad enti locali (aggiunta, 1350); anche questo comprensibile visto che i cadorini pretendevano di non pagare le imposte dirette.
Le funzioni religiose non dovevano essere sottoposte dai preti a tariffario (cap. VI delle provvisioni), come un qualunque servizio notarile, ma si doveva lasciare alla coscienza delle persone l'ammontare dell'elemosina per il loro compenso. La laica Venezia non voleva tirarsi addosso accuse di simonia.
Infine le pene draconiane "taglio della lingua, bollatura a fuoco sul volto, perdita della mano, ecc." previste per taluni reati (cap. XLVI, falsari; cap. LI testi infedeli; cap.LIV doppia vendita di immobili; cap.LXXXII, bestemmiatori) non erano ammesse dall'ordinamento giuridico veneziano per la loro ferocia, perciò si dovevano sostituire con le pene previste dalle leggi venete.
Per il resto la repubblica accettava interamente quanto i legislatori cadorini avevano deciso, perché così la pace sociale sarebbe stata tutelata e non pregiudicati i valori cui la Serenissima era ispirata .
I cadorini frequentavano Venezia dai tempi immemorabili, soprattutto perché vi si parlava la stessa lingua, mentre nelle città del nord, Brunico, Bressanone ecc. occorreva esprimersi in tedesco che non era conosciuto dalla stragrande maggioranza della popolazione. Con il nuovo status politico ciò divenne ancora più agevole. A Venezia arrivava tutto il legname cadorino e ampezzano, l'abbiamo ricordato, che i torrenti trasportavano in maniera economica e celere. Dalla laguna saliva il sale, bene indispensabile alla vita quotidiana. Ma i cadorini importavano "dalle basse" anche la gran parte dei beni di consumo, granaglie, vino, olio, tessuti, utensili per la cucina, medicinali, gioielli per le spose, oggetti di cancelleria e quasi tutti gli arredi sacri delle loro chiese. Nelle botteghe venete si formavano gli artigiani, anche quelli ampezzani che, in seguito, avrebbero dato origine ad apprezzate tradizioni, vetrai, calderai, cuoiai e, soprattutto, carpentieri e falegnami tutti forgiatisi nelle botteghe attorno all'arsenale. I figli dei benestanti scendevano nelle città venete, Padova in primis, per gli studi; mentre i giovani aspiranti al sacerdozio, che già frequentavano a Udine quel seminario di altissimo livello, continuarono a farlo, perché l'unione con la diocesi dei patriarchi rimase immutata, come abbiamo già visto.
Durante la stagione invernale, quando i lavori della campagna erano fermi, molte persone, sia uomini sia donne, scendevano a Venezia per lavori precari, come spaccalegna, lattai, venditori di croccanti e perecotte, personale di servizio nelle case dei nobili. Questo aspetto sociale, rimase di prassi anche dopo che Ampezzo diventò parte dell'impero austriaco. Lo si apprende incidentalemente persino dal libro degli Statuti "perché la maggior parte à figliuoli e altri parenti in Venetia" (n.12 dei capitoli laudati dal Conseglio, 1608).