Un'inedita raccolta di 47 cartoline storiche di Cortina e dintorni dagli anni '20 agli anni '50
La
Chiesa della Difesa ricostruita nel 1743
dal pievano Francesco Caldara su una preesistente
del 1482
Capitolo 10 - La guerra una domenica pomeriggio
Nel pomeriggio di domenica 22 febbraio 1508 i tedeschi entrarono in Alverà. Erano fra due e tremila. Con le racchette (ciaspe) ai piedi avevano superato un'alta coltre di neve a Misurina e sul passo Tre Croci. Inaspettati avevano così aggirato il castello di Botestagno che era difeso dai soldati di Venezia. I volontari del Cadore, forse un paio di centinaia di uomini, al comando di un tal Barnabò, che avrebbero dovuto difendere Ampezzo, per il timore d'essere tagliati fuori, si ritirarono alla chiusa di Venàs. Da Cortina i preti vestiti dei paramenti sacri salirono in processione con le croci incontro ai soldati tedeschi. Sisto von Trautson comandante del corpo di spedizione promise che i suoi uomini non avrebbero torto un capello a nessuno; gli bastava trovare riparo per la notte. Il mattino seguente, come promesso, essi ripartirono alla conquista del Cadore. Così gli aveva ordinato l'imperatore che s'era vista bloccata dai veneziani la strada di Roma, dove avrebbe voluto essere incoronato, come un secolo prima il suo avo Sigismondo era stato fermato dai Cadorini aiutati dalla Madonna della Difesa.
Un primo tentativo di passare con l'esercito, fatto ancora in autunno, era stato bloccato sotto Rovereto; non meglio gli era andato sulla via della Valsugana. Non restava che la strada del Boite ma qui i suoi uomini s'erano scontrati contro lo scoglio di Botestagno. Nessuno, in Cadore, pensava che i tedeschi avrebbero ardito affrontare la muraglia di neve salendo da Landro a Misurina.
Il 23 febbraio Trautson proseguì dunque la marcia ma, nel pomeriggio, era nuovamente fermo davanti al luogo fortificato della Chiusa dove s'erano arroccati i Cadorini. Senza perdersi d'animo, mettendo nuovamernte in atto l'esperienza montanara, i suoi uomini si arrampicavano a Vinigo, e sulla forcella di Sadòrno, per piombare inaspettati alle spalle dei difensori che, a stento, riuscivano a riparare nel castello di Pieve. Prontamente li imitavano i maggiorenti del paese con i loro tesori. La gente dei villaggi era ormai in fuga sulle montagne mentre i messaggeri correvano a dare la brutta notizia a Venezia.
Martedì 24 Trautson metteva l'assedio al castello minacciando, attraverso il pievano di Valle che gli faceva da interprete, di sottoporre il paese a ferro e fuoco se non gli si aprivano le porte. Non occorreva arrivare a tanto perché il castellano veneziano Pietro Gissi, giovane e inesperto, dopo essersi messo a piangere per la sua vita, diede l'ordine di far entrare i tedeschi. Inutilmente i difensori cadorini, fra i quali Francesco, fratello del pittore Tiziano, e il notaio Palatini cui dobbiamo le notizie, implorarono di resistere che i soccorsi sarebbero giunti. Venezia infatti stava mettendo in moto tutti i soldati per ricuperare la disponibilità del Cadore. I tedeschi entrarono nel castello, ne impiccarono la guarnigione lasciando andare i civili dopo averli spogliati dei loro beni.
Frattanto una colonna, comandata da un Savorgnano, stava marciando dalla Carnia per entrare in Cadore dalla forcella Mauria. Una seconda più agguerrita, rinforzata da alcune centinaia di soldati di ventura, detti stratioti, e con artiglierie, accorreva da Feltre al comando di Bartolomeo d'Alviano. Gli accordi erano di attaccare assieme prendendo in mezzo i tedeschi. Ma, giunti a Valle, dopo una penosa marcia attraverso la forcella Cibiana coperta di neve, gli uomini dell'Alviano si scoprirono accendendo i fuochi. Trautson nella speranza di poter rifare in tempo all'inverso la marcia verso casa abbandò frettolosamente il forte.
Era il 2 marzo 1508, ultimo di carnevale. La trappola dei veneziani era semplice: sui fianchi nascosti fra gli alberi Alviano aveva collocato gli stratioti, lui stesso con i "falconetti" stava occultato fra le case di Valle. Trautson, che sembra avesse con sé la moglie e altri familiari in una slitta, marciò deciso ma la tenaglia all'improvviso si strinse sulla lunga colonna e fu strage. I cronisti veneti scrissero che sui campi della battaglia, vennero contati milleottocento cadaveri di tedeschi, fra cui tutti i comandanti. I veneti uccisi, come relazionò al senato lo stesso Alviano, furono meno di cinquanta. Pochissimi i prigionieri portati a Venezia. Ancora meno quelli che riuscirono a fuggire al massacro giacchè gli stratioti, ai quali era stato promesso uno scudo per ogni testa di tedesco, li braccarono fin sulle montagne. E' ignoto se qualcuno riuscì a fare ritorno a casa in Pusteria, forse nessuno. Scrive il Sanudo che il papa, al quale Venezia s'era affrettata a mandare ambasciatori, si rallegrò bensì per la vittoria ma poi si mostrò addolorato per tanti morti. Massimiliano apprese la notizia della strage qualche tempo dopo, mentre era ospite del vescovo di Trento. Mai aveva perso tanti uomini in una sola battaglia, (né mai in quella guerra sarebbe avvenuto un simile disastro), e per la maggior parte si trattava di contadini che, alla fine dei lavori della campagna, solevano imbracciare le armi al suo servizio. Perciò la vendetta non poteva non giungere. L'anno dopo, 1509, la guerra riprese. I tedeschi tornarono in Cadore, e in Ampezzo, dalla via di Trento e la Valsugana, devastando e incendiando; ma i castelli di Botestagno e quello di Pieve che i veneti avevano velocemente rioccupato, resistettero a tutti gli assalti. In compenso Massimiliano si impadronì di Belluno, Treviso, Bassano, Padova e Vicenza che risparmiò; mentre incendiò Solagna, il castello di Mira, a poche miglia da Venezia, e la città di Feltre. La guerra che, frattanto, s'era allargata a Francia, Savoia, Este, Spagna, ecc. languì nel 1510 per riesplodere nel 1511. In agosto l'imperatore si mise personalmente al comando dell'esercito che assediava Botestagno e Pieve. Da Venezia, pressochè allo stremo, non potevano arrivare soccorsi e così il castello di Pieve, che le artiglierie avevano semidiroccato, dovette arrendersi. Tutto ciò che conteneva di pregio venne saccheggiato, incluso il codice celebre, di cui abbiamo parlato, che venne portato come preda di guerra prima a Trento poi a Insbruck. Resisteva impavido Botestagno; ma un giorno dai difensori arrivò un biglietto all'imperatore per negoziare la resa. Dopo quattro anni di assedio i tedeschi entravano a prezzo di denaro nell'orgogliosa fortezza. Non l'avrebbero più lasciata. Con quella anche la comunità di Ampezzo, dopo aver ricevuto dalla viva voce dell'imperatore l'assicurazione che non sarebbe stata aggregata alla Pusteria ma che avrebbe potuto governarsi con le stesse leggi ed usanze già godute sotto Venezia, diventava austriaca e imperiale. Siglata la pace, sotto gli auspici del papa nel 1518, inutilmente gli ambasciatori veneti insistettero per riottenere Botestagno, Ampezzo e altre cittadine lagunari.
La storia aveva girato un'altra pagina. Dopo secoli di felice convivenza col Cadore Ampezzo se ne distaccava per diventare fedele suddita dell'impero. Lo sarebbe rimasta fino alla prima guerra mondiale. Restava in piedi il legame religioso col patriarcato di Aquileia-Udine che sarebbe invece cessato al tempo di Maria Teresa.