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C’è una particolarità che rende Vodo, bel paesone disteso sotto Re Antelao, che guarda diritto il Pelmo, diverso da tutti gli altri luoghi vicini, ed è la cultura del fienile, in lingua locale “taulà”.
Il modo di costruire e di gestire il “taulà” affonda le radici in una tradizione lontanissima, tramandata fino ad oggi. La quasi totalità popolazione di Vodo possiede, oltre alla abitazione di paese, anche un taulà in montagna, dove trascorre i fini settimana o, nel corso della buona stagione, periodi più lunghi. Stalla in muratura al centro, sormontata da una armatura in legno, ricoperto e circondato da assi, e all’interno un vasto vano per il deposito del fieno: il taulà, ricorda lo storico Mario Ferruccio Belli, è collocato generalmente su un prato di proprietà, ai bordi di pianori erbosi. Nelle sue vicinanze c’è di frequente una sorgente d’acqua, dove vanno liberamente ad attingere tutti i circondari della zona. Alcuni taulà sino, nel loro genere, dei piccoli capolavori di architettura; privi come sono di chiodi e di elementi in ferro, gli incastri servono a legare saldamente la struttura, compreso il tetto di scandole in un insieme di solidità e di eleganza.
Accanto alla stalla, quasi sempre sullo stesso piano aderente al terreno, la cucina col focolare in pietra, il mitico larin, dove si cuoce il cibo. Sopra la cucina, un piccolo stanzino dà ospitalità al riposo delle persone: vi si accede da una breve rampa erbosa, quando il terreno è in pendio, oppure con una scala esterna. Il taulà aveva spesso, sul lato opposto alla cucina, un ulteriore locale adiacente, più piccolo, per custodirvi i prodotti della stalla. Verso primavera inoltrata, il taulà diventava la seconda abitazione per la maggior parte della gente di Vodo.
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