Il
primo documento che afferma che Giau appartiene a San Vito risale al
1 luglio 1331, (così come riportato in altro del 1406) e sottoscritto
dagli Ampezzani e riconosceva ai sanvitesi i confini come già stati
assegnati fin dai tempi antichi. Ampezzo tentò più volte
di rivendicare ancora diritti su quel territorio, ma poiché il
possesso dei pascoli montani era questione di vita o di morte (e non
solo in senso letterale) i nostri antenati vi si opposero risolutamente,
ottenendo soddisfazione allora ed in seguito (trattati e sentenze del
1333, 1336, 1365, 1406, 1448).
Finché Ampezzo e San Vito facevano parte ambedue della
Comunità di Cadore, si trattava di beghe confinarie interne,
ma quando il primo, nel 1518, restò asburgico ogni successiva
recriminazione divenne questione internazionale in quanto
toccava confini di stato (Repubblica Veneta ed Impero).
Ecco così la sentenza di Feltre del 1582 con Grimani per
la Serenissima ed il barone Trautson per la controparte ed altra
nuovamente nel 1589. Ancora nel 1734 (dopo altre scaramucce e liti
accorse nel tempo) l'ampezzano Pietro Ghedina, parroco di Marebbe,
scriveva per conto dei suoi compatrioti all'Augustissimo Sovrano
che i sanvitesi non potevano vantare alcun diritto perché "Giau
ha il monte et acqua pendente verso Ampezzo".
Nell'anno 1752 l'incarico di scrivere la parola fine alle contese
di frontiera fra il Tirolo e Venezia venne data ad una commissione
internazionale munita di pieni poteri che si riunì a Rovereto.
Per quanto riguarda Giau la Commissione riconobbe quanto stabilito
dalle sentenze del 1582 e del 1589 (ovvero la proprietà di
San Vito) ma vi aggiunse una innovazione: le disposizioni relative
alla "marogna".
Questo il dictat: ... "Così la Commissione ferma nel
suo principio di impedire in quanto sia possibile ogni promiscuità,
ingiunge alla comunità di San Vito già disposta il
preciso obbligo di dover a sue proprie spese alzare una marogna
di pietra di piedi sei (m. 1,80) di altezza, grossa al fondo piedi
5 (m. 1,50) ed in cima 2 (m. 0,60) la quale sarà condotta
da un monte all'altro, principiando dal Sasso Isolato della Gusella
sino al termine della Forzella, per serrare tutta la valle troppo
comoda al trapasso degli animali; intendendosi ancora obbligata
la stessa Comunità al mantenimento perpetuo della detta
masiera, come pure del restello, con il quale dovrà essere
assicurata la bocca della medema dove passa per mezzo della strada
inserviente a comune uso...".
E questa la minaccia in caso di inadempienza:
... "Quando poi tal opera di marogna non fosse terminata,
entro lo spazio di mesi tre dopo la pubblicazione del Trattato
nella qui prescritta forma, in tal caso il sito compreso in quella
estensione e rappresentato dal disegno avrà da essere venduto
o dato in perpetua affittanza dalla comunità di San Vito
a quella di Ampezzo...".