La nonna Maria: la guardavo; aveva tanti disegni sulla pelle. Ora si chiamano rughe. Non era vecchia. Qua e là qualche guizzo di rosso sul naso a patata infuocato dal verde bosco degli occhi grandi, perfettamente rotondi. Le sopracciglia custodi, selvagge come i prati prima dello sfalcio. Lì aveva plasmato, scalza, i polpacci nervosi, le caviglie sottili e decise ma, soprattutto il carattere, il suo cuore di nonna e donna, dura sì, ma dolce di zucchero grezzo, forse solo il rimpianto di una vita di scelte imposte, di miseria e pane di muffe.

Non era la vita di Silvia, la nonna domestica, madre dal volto bianco, farina e neve. Non giocavo coi disegni che non aveva ma con i capelli radi imprigionati in una treccia raccolta con devozione sulla testa dove faceva capolino, impertinente, un "gnocco" che oggi chiamano cisti.

La nonna Maria era lo stambecco reale, aveva annusato, annotandoli nella "cartina" del suo spirito, ogni sasso, sentiero, crepa della montagna senza segreti, portando a casa, nel grembiule, profumo di funghi e muschio. Funghi e mirtilli aspri venduti per pane e sale, forse qualche fiasco di vino nuovo da bollire sulla stufa, da bere caldo prima di affrontare il rigore di "quel" letto umido e solo, pulito di lacrime. Solo la soffitta di nonna Silvia conosceva la magia del fiore di camomilla. Era così che odore marcio di legno, diventava un profumo acre e poi, nel pentolino di latta, una be-vanda "misteriosa" che lei chiamava "calmamatti".

Trascinava due grosse gambe dentro la calza che, a stento davvero, conteneva noduli di vene impazzite e prendeva nella credenza tre tazze di ce-ramica finta. Era la nostra piccola coccola della sera bere la camomilla del prato, guardandola poi infilarsi la camicia azzurra di flanella. Per tante notti io e mia sorella vi abbiamo poggiato il viso, aggrappato le mani, chiusi gli occhi bambini.

Odore di cantina e patate nuove, fumo di candele accese, adagio di carezze di mani secche, echi di racconti e parole.

Se ne sono andate nella nebbia vaporosa e poi giù, nella terra dura delle nostre primavere. Un grembiule stinto, lo scialle nero di freddi hanno lasciato. Sorrisi di occhi puliti come il "Mare dell'Estate".

Per noi si è chiuso il libro del "mondo incantato". E' terminato il viaggio più bello della vita: l'infanzia di acquarelli e vele.

"Pan piön, pan piön, vèn la sera e po la nöte e chi dis n'torna pi".

Il "Mare dell'Estate"

Racconto inedito di Tiziana Pomarè

"Non cercatelo

sulle mappe,

esiste solo per noi

che l'abbiamo visto

con il cuore dei

soli nostri occhi".





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