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SAN VITO DI CADORE E LA SUA VALLE
Non si sa quando l'uomo mise piede in valle del Boite.
Probabilmente fu un pastore o un cacciatore, come
documenta il fortunoso e prezioso ritrovamento di una sepoltura mesolitica
con abbondante corredo funerario dell'uomo di Mondeval,
che visse circa 7000 anni fa.
Il più antico documento in archivio di San Vito risale al 1156,
mentre l'esistenza del paese è attestata da un atto del 1203. Dopo essersi affrancato dalla sottomissione
feudale ed aver superato la terribile peste del 1348/51, con la costituzione
del Cadore in territorio
retto autonomamente da uno Statuto proprio, inizia
anche per San Vito il tempo delle libertà, che durerà fino alla caduta della
Repubblica Veneta (1797). Fu questo periodo di splendore economico che
vide anche in Cadore lo sviluppo delle attività commerciali,
artigianali e culturali. Mentre si consolidano le antiche organizzazioni sociali regoliere che
garantiscono un uso equilibrato del territorio, un intenso
traffico di merci si sviluppa tra il Nord Europa, lungo la via romana che dalla
Pusteria, attraversato San Vito, le valli del Boite e del Piave, giunge
alla costa adriatica. L'acqua del torrente Boite alimenta
le ruote idrauliche di segherie e di mulini; ma sorgono anche altre
attività artigianali legate
alla lavorazione e alla fluitazione del legname. In questo periodo la
Comunità sanvitese, porta a termine significative opere di apprezzabile
valore architettonico, artistico, culturale e storico, come la
chiesa della Beata Vergine della Difesa. La chiesa plebana dei Santi Vito,
Modesto e Crescenzia viene radicalmente ristrutturata. La Comunità di
San Vito si deve sobbarcare, inoltre, nel 1753,
l'onere della costruzione della famosa muraglia di Giau, per delimitare,
a conclusione di secolari
contese per il pascolo, il confine tra Ampezzo
e San Vito. Dopo il 1800, ai disagi del periodo
napoleonico si aggiungono la carestia del 1817, la dominazione austriaca
fino al 1866 e l'emigrazione, a fine
secolo, di gran parte della popolazione. Con
la prima guerra mondiale San Vito vive le asperità di un paese
di confine tra Italia ed Austria. Il
turismo, originato dalle escursioni
alpinistiche di fine secolo e diventato fenomeno importante dopo gli
anni Trenta, si affaccia sull'economia
locale con prospettive sempre più allettanti: è l'avvio
dell'imprenditoria turistica.
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| Giau è un "catino d'erba e di boschi" a
nord-est di San Vito-Cortina, che da sempre appartiene al territorio
di San Vito e dove ogni estate il bestiame sale ancora per la monticazione.
Per dirimere le continue contese tra San Vito
e Cortina riguardanti il pascolo di questo ambito sito, la Commissione
Internazionale Austriaco-Veneta, riunitasi a Rovereto, emise nel
1752 una sentenza che obbligava i sanvitesi a costruire a proprie
spese una muraglia da roccia a roccia per chiudere la valle.
Alta
almeno sei piedi, larga alla base almeno cinque e due in alto, doveva
essere costruita entro novanta giorni dalla pubblicazione della
sentenza, pena la perdita del pascolo.
I sanvitesi ci riuscirono. Era l'estate del
1753. Ancora oggi la muraglia, con i cippi e le lapidi confinarie, è ben
visibile e costituisce una interessantissima meta di visita. >>>
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San Vito di Cadore festeggia nell'estate 2006, con una mostra di grande rilievo, il più vecchio montanaro che si conosca, quell’”uomo di Mondeval” il cui scheletro fu scoperto quasi per caso nel 1987, a 2200 metri di quota, in territorio sanvitese.
Per saperne di più su questa ed altre iniziative:
www.mondeval.dolomiti.org
Una scoperta archeologica di eccezionale valore. Nel 1985, in un
ampio pianoro, situato a 2150 metri di altitudine, tra il massiccio
del Pelmo e i "lastoi di Formìn", in territorio
di San Vito di Cadore, è stata scoperta la tomba di un cacciatore
preistorico vissuto circa settemila anni fa. Accanto allo scheletro,
sistemato in posizione supina, una grande quantità di oggetti
di pietra scheggiata, utensili e ornamenti in osso e denti di cervo.
Frammisti al terriccio, gli archeologi hanno
trovato numerosissimi resti ossei di animali.
Il
cacciatore delle Dolomiti era alto circa un
metro e settanta, morto probabilmente per una frattura alla
colonna
vertebrale. Fu sepolto sotto un grande riparo
roccioso insieme agli oggetti
che gli erano stati utili in vita.
L'"uomo di Mondeval" è ora
conservato nel museo di Selva di Cadore. A Mondeval però continuano
gli scavi sotto la guida del prof. Antonio
Guerreschi dell'Università di
Ferrara.
Mondeval, magnifico sito di grande suggestione
paesaggistica, è raggiungibile dal Passo Giau attraverso
Forcella Giau in neanche due ore di cammino.
Guida e fonti storiche: Mario Ferruccio Belli,
giornalista e scrittore.
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Emigrazione, un fenomeno ancora da studiare a fondo
DAL CADORE PER COSTRUIRE “LA MERICA”
di Bortolo De Vido
Di questi tempi va di moda riscrivere la storia. Dopo l’11 settembre
e l’atto terroristico contro gli Stati Uniti è ancora più facile
farlo. E a proposito dell’America sono stati molti quelli che,
stuzzicati dal tragico evento e dal desiderio di approfondire, hanno
voluto andare a ritroso nel tempo ed attraversare le vicende dei paesi
che hanno reso gli States il paese più grande, più amato
e più odiato del mondo.
A renderlo così importante sono stati certamente gli emigranti,
quelli italiani, tra cui moltissimi cadorini, che più di un secolo
fa, insieme a milioni di altri europei, solcarono l’Oceano in
cerca di lavoro. Quanti erano? Quanti sono stati? Ai moli di Ellis Island,
nella baia di New York, tra il 1892 ed il 1924 approdarono circa 22
milioni di persone, la più grande migrazione di popoli mai registrata
prima nella storia dell’umanità. E tutti sono passati per
quell’isoletta, gemella di quella su cui poggia Miss Liberty,
la statua della libertà, il benvenuto del paese dei sogni. Ellis
Island non era niente più che una stazione di controllo sanitario
e di identità che registrava arrivi alla media di cinquemila
al giorno, con punte che raggiungevano le diecimila unità, una
tappa obbligata prima che le masse si spargessero sul continente. Gente
di tutto il mondo si mescolavano, e quella fu l’origine del “melting
pot”, il grande calderone della giovane società multietnica.
Ogni passeggero, al momento di mettere piede sul suolo americano, era
censito col luogo di provenienza, con l’età, con il nome
della nave su cui era imbarcato e con altre indicazioni personali. Ora
quei dati sono diventati un impressionante archivio, grazie al lavoro
di alcune centinaia di volontari Mormoni che hanno impiegato 5,6 milioni
di ore per listare tutti i passeggeri arrivati in quegli anni. Aperto
il 17 aprile del 2001, l’ American Family Immigration History
Center è già tra le mete preferite di milioni di visitatori.
C’è anche un sito web che è diventato uno dei punti
Internet più cliccati della terra: 9 milioni al giorno. L’accesso
al database, all’indirizzo www.ellisislandrecords.com, è gratuito
e l’uso risulta estremamente agevole: basta indicare nell’apposito
spazio il cognome, ed eventualmente, il nome della persona di cui si
vogliono sapere i dati relativi al suo sbarco negli States. In pochi
secondi giunge, non senza sorpresa, l’atteso riscontro.
Il museo dell’immigrazione di Ellis Island, inaugurato una decina
di anni fa, è ricchissimo di dati e di grafici sul numero di
persone, e sulle diverse etnie giunte sull’isolotto. Alcune sale
raccontano delle difficoltà incontrate dai nuovi arrivati per
inserirsi nella quotidianità: la scritta su cartone “Have
you work” con sotto la pronuncia ”Ev iu uork?”, da
esibire ai capomastri per chiedere lavoro, è tra le più significative.
E sparse qua e là, spiccano le testimonianze di emigranti di
tutto il mondo, giunti in quel misterioso angolo di terra, ma essi ancora
non lo sapevano, a costruire un nuovo mondo. Un mondo chiamato “La
Merica ”.
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