Un'inedita raccolta di 47 cartoline storiche di Cortina e dintorni dagli anni '20 agli anni '50
Capitolo 20 - Le Olimpiadi invernali del 1956
Le olimpiadi invernali si sarebbero dovute svolgere a Cortina nel 1944 come stabilito, fin dal 1930, dal Comitato Olimpico Internazionale. Ma nel 1944 infuriava la guerra in quasi tutto il pianeta e l'Italia, invasa dall'esercito del Reich di cui, formalmente, era alleata, agonizzava sull'orlo del baratro.
Ritornata la pace l'argomento riprese vigore arrivando in consiglio comunale nel 1947, sindaco Angelo Ghedina Biajo. Ma la proposta non ottenne l'unanimità dei consensi, nonostante le forti pressioni della stampa locale e della prefettura di Belluno. L'anno seguente, (frattanto era stata assegnata ad Oslo l'edizione del 1952) il consiglio tornò a discutere senza trovare una linea uniforme. Sembrò anzi che si dovesse chiedere un parere alla popolazione con lo strumento del referendum. A sbloccare l'empasse arrivò da Roma la promessa formale del Coni che si dichiarò pronto ad assumersi le spese.
Avuta dunque la conferma che non il comune ma il governo avrebbe pagato le costose infrastrutture, nell'ultimo consiglio comunale del 1948 (30 dicembre) con voto unanime venne deciso di chiedere formalmente che l'edizione del 1956 fosse assegnata a Cortina. Il Cio, ricollegandosi alla precedente sua volontà di ventinove anni prima, nella seduta del 4 aprile 1949, accolse la richiesta. Il sindaco emozionatissimo lo comunicò, per primo, agli studenti delle scuole. A sera l'annuncio venne dato anche dalla radio.
Il comune di Cortina d'Ampezzo contava allora 5450 abitanti.
L'attesa e i preparativi
I problemi da affrontare erano immani. D'intesa con le autorità governative venne creato un ente apposito che avrebbe dovuto coordinare la preparazione e a presiederlo fu chiamato Otto Menardi. La precedenza venne data alle attrezzature sportive: lo stadio del ghiaccio, il trampolino di salto, la pista per il bob, gli impianti di risalita e le relative piste per le gare di sci. Per le gare di velocità su ghiaccio si pensò di utilizzare il lago di Misurina, distante pochi chilometri. Contemporaneamente venne affrontato il problema dell'accesso degli atleti e dei turisti a Cortina, quasi interamente previsto sulla strada statale 51 di Alemagna. La gloriosa strada, costruita dagli Austriaci fra il 1825 e il 1830 venne resa ovunque più scorrevole.
La statale 48, o delle Dolomiti, che tagliava in diagonale le dorsali mettendo Cortina in comunicazione con le vallate del Cordevole, di Badia, di Gardena, di Fassa e, più oltre, con Bolzano e Trento, non venne presa in considerazione. E' vero che i passi restavano chiusi per lunghi periodi in inverno, a volte mesi, a causa della neve e per il pericolo delle valanghe; inoltre non era ancora asfaltata.
L'attenzione maggiore venne puntata sulla ferrovia a scartamento ridotto che fin dal primo dopoguerra collegava Cortina ai due capolinea delle ferrovie dello Stato, di Calalzo a sud, e Dobbiaco a nord. Nel 1927 era stata elettrificata con il determinante contributo dei comuni attraversati, Cortina in primis. Da più parti venne proposto di cogliere l'occasione per allargarla a scartamento normale, togliendo questa modesta (appena 60 chilometri) soluzione di continuità nella rete ferroviaria italiana ed europea. L'iniziativa non venne poi portata a termine.
Tuttavia sulla piccola ferrovia ci furono interventi migliorativi. Con la spesa complessiva di un miliardo circa vennero rettificate alcune curve, rinforzati pochi chilometri di binario, segnalati semaforicamente una manciata di passaggi a livello e, infine, acquistati due moderni elettrotreni e tre nuove carrozze. Su uno di quelli, dopo il trasbordo di Calalzo dov'era arrivato in vagone letto, il presidente della repubblica Gronchi raggiunse Cortina per inaugurare i giochi. La viabilità interna venne modificata con la creazione di un anello di circonvallazione, collegando i segmenti di strada già esistenti con due nuove opere stradali. Una rampa (oggi via Baron Franchetti) risalì il solco del torrente Bigontina, sottopassando il ponte della ferrovia e chiudendo l'anello ad est.
Sul versante ovest venne creata una nuova strada parallela al prestigioso Corso Italia, sulla quale dirottare il traffico pesante, l'odierna via Olimpia. Fra le due venne aperta una strada di collegamento, Via Bruno Apollonio. Là dove un tempo era la piazzetta Pontegèl, fra il viale degli alberghi e la stazione della ferrovia, venne creato il nuovo centro direzionale, attorno.ad un nuovo palazzo multifunzionale. E. Gellner, architetto di punta, destinò alle poste, telefoni, pretura, ufficio tavolare, commissariato, ufficio delle imposte, sale espositive, ecc. un'unica struttura. Attorno al grande palazzo sorsero alberghi, condomini di lusso, locali notturni, gallerie d'arte, botteghe artigiane, negozi, banche. Si pensò anche alla ricettività. La totalità degli alberghi era uscita dalla guerra malconcia, giacchè a partire dal 1941, e sino a quasi tutto il 1946, erano stati via via occupati da strutture ospedaliere, prima italiane poi tedesche, infine americane, per accogliere i feriti e ammalati provenienti dai vari fronti. Anche le ville e molte case private avevano subito il medesimo destino, le più belle requisite dai vari comandi d'occupazione.
Con una certa prontezza il governo varò provvedimenti di credito alberghiero. Le finalità erano di stimolare il riatto e la modernizzazione degli alberghi e delle pensioni, la costruzione di servizi di ristoro e le migliorie in genere nella ricettività. Qualche azienda alberghiera con strutture amministrative ben articolate, cioè i grossi hotel, riuscì ad approfittarne. La più gran parte, davanti alle difficoltà burocratiche, soprattutto per l'eccesso di garanzie che venivano richieste, dovette ricorrere al credito ordinario, indebitandosi spesso al di là delle proprie forze. Eppure l'entusiasmo era grande.