Tabià

Storia

Se ne possono incontrare più di 300 lungo il territorio della Valle del Biois. Alcuni sono isolati, altri si mescolano alle case del paese, altri ancora fanno paese a sè, segnando in modo indelebile l'età del luogo. Hanno un'età che varia dai 300 ai 70 anni e pare che il più vecchio tutt'ora esistente risalga al XVII secolo.

Come si fa a saperlo? Basta girare col naso all'aria: è il trave principale, quello del "Colmo" del tetto a portare la data di nascita, incisa in caratteri eleganti: 1764 dice quello di Villotta, la frazione di Falcade dove pare esista anche la casa più vecchia della vallata, 1304. Si sa, i primi abitanti della valle scelsero il loro posto al sole in alto, sulle coste della montagna, al riparo dalle imprevedibili acque dei torrenti. Ma non solo quello ci dice la Trave del Colmo: spesso porta inciso anche il simbolo della famiglia a cui apparteneva, a volte numeri in caratteri romani, a volte un fiore. Sempre girando naso all'aria, ne scoprirete uno dai colori vivaci proprio in centro a Falcade, nella salita che porta alla chiesa.

Stanno lì, fanno bella mostra di sè e parlano come un libro aperto: anche la diversità della loro struttura ci da un'indicazione sulla loro età. A travi orizzontali sovrapposte dalla base muraria fino al colmo del tetto i più antichi, secondo una modalità di costruzione detta "a castello"; uno di essi porta in alto la data 1665. A partire dall' Ottocento si diffondono i Tabià a Kolondiei: con l'evoluzione della tecnica della lavorazione del legname e il diffondersi delle segherie a forza idraulica, aumenta il valore del legname da opera sul mercato. Ed ecco che il nuovo sistema di costruzione a colonne, pur garantendo uno spazio di essiccazione del fieno sui tre lati del fabbricato, permetteva di risparmiare sulla quantità del legname. I primi sono ad un solo piano, i più moderni a due piani, a volte chiusi da un tavolato. In questi il passaggio dell'aria è garantito da quei fori dalle forme più strane: fiori, trifogli, cuori...a ciascuno secondo il proprio estro. Tutti comunque hanno in comune il basamento in pietra: è il piano terra, la stalla. Nelle più grandi arrivavano a starci anche quattro vacche.

Chi erano gli altri abitanti del tabià? Galli e galline, conigli, sicuramente un maiale, a volte qualche pecora...Ognuno di loro aveva il suo posto, dentro o fuori dalla stalla. Dal tabià dipendeva la vita: carne, latte, uova, pelli...Il fieno per le bestie, ed in alto il sòler per essiccare i prodotti della terra: orzo, frumento, segale. E durante le guerre i tabià venivano requisiti e dati a nuovi abitanti: nelle stalle entravano i muli, nelle "ere" si rifugiavano i soldati, tra il fieno si nascondevano i partigiani. Nei tempi di pace, i contrabbandieri attraversavano il vicino confine con le terre di Soraga e Moena.

Al giorno d'oggi tanti tabià si sono trasformati in un deposito per la legna, e certo sistemare la legna tagliata, formare giochi geometrici, suggerire linee od armonie nuove sui balconi dei Kolondiei è diventata un'arte per alcuni abitanti dei paesi della vallata che, all'avvicinarsi dell'autunno, ripetono un rito vecchio di secoli. Altri stanno rinascendo a nuova vita: nuove evoluzioni, nuove tecniche architettoniche permettono di trasformare in casa ciò che un tempo era stalla e magazzino; troverete nuovi tabià/casa dal legno scuro, quasi nero, ed altri chiari chiari e luminosi, doppie finestre ornate da geranei rossi l'estate e tendaggi dalle fini decorazioni l'inverno.